Il libro "LA STRADA DEL CAMBIAMENTO" disponibile nella sede Uil più vicina a te.

Nelle ultime ore mi è capitato tra le mani Co-Intelligence – L’intelligenza condivisa. Vivere e lavorare insieme all’AI – il libro di Ethan Mollick sul modo in cui dovremo imparare a lavorare insieme all’intelligenza artificiale. Uno dei suoi focus più interessanti riguarda il valore della competenza: che cosa distinguerà davvero un professionista quando l’IA sarà in grado di produrre, in pochi secondi, una prima risposta credibile?
Anche il Guardian, proprio qualche giorno fa, raccontava una trasformazione ormai visibile, per esempio, nel lavoro degli sviluppatori: meno tempo dedicato a scrivere codice, più tempo a controllare e validare quello generato dall’intelligenza artificiale. Google afferma che ormai una parte molto rilevante del proprio codice viene prodotta con il suo supporto.
Non significa che gli sviluppatori servano meno, ma vuol dire che sta cambiando il motivo per cui servono. Un allarme che i nostri amici del dipartimento di ingegneria de La Sapienza ci avevano segnalato. Ed è un cambiamento che riguarda molte professioni.
Per generazioni o per secoli – come direbbero gli storici – il problema è stato trovare una risposta. L’intelligenza artificiale ci porta in un mondo nel quale il problema sarà sempre più scegliere quella giusta.
L’IA non renderà tutti esperti, ma renderà molto più facile apparire competenti.
Una relazione, un’analisi, una bozza di contratto o un programma funzionante possono essere prodotti anche da chi non possiede una conoscenza profonda della materia. È una possibilità straordinaria, che emancipa, per usare un gergo sindacale. C’è un però macroscopico: una risposta plausibile non è necessariamente una risposta corretta. L’intelligenza artificiale rende accessibile a tutti quella che, fino a ieri, era la parte più visibile del lavoro intellettuale: la prima risposta. Ed è esattamente qui che cambia il valore del lavoro. Per molto tempo abbiamo premiato soprattutto chi sapeva produrre una risposta; oggi quel vantaggio tende a ridursi e il valore si sposta verso chi sa valutarne la qualità, riconoscerne i limiti e assumersi la responsabilità della decisione finale.
In Italia questa sfida è già concreta. Secondo l’Istat, infatti, quasi il 60% delle imprese che hanno rinunciato a investire nell’intelligenza artificiale indica come principale ostacolo la mancanza di competenze adeguate. Ed anche una recente ricerca del Boston Consulting Group va nella stessa direzione: oltre il 60% dei dirigenti ritiene che l’uso esteso dell’IA possa impoverire competenze fondamentali nei prossimi anni e quasi il 90% teme che risultati plausibili vengano accettati senza essere davvero messi alla prova.
Non è una ragione per rallentare l’innovazione. Deve invece rappresentare una ragione per ripensare il modo in cui formiamo le persone e il valore che attribuiamo al lavoro.
Se ottenere una risposta diventerà sempre più facile, la vera competenza sarà saper capire quale domanda porre, quale risposta è affidabile, quale va messa in discussione e quale può davvero guidare una decisione avendo compreso il contesto.