Il libro "LA STRADA DEL CAMBIAMENTO" disponibile nella sede Uil più vicina a te.

C’è una domanda sull’intelligenza artificiale che continuiamo a ignorare.
Non è soltanto: quanti posti di lavoro sostituirà?
È una domanda non meno importante: come si formeranno gli esperti di domani?
Di fronte alla trasformazione dei mestieri sarà ovviamente centrale introdurre un diritto soggettivo, pienamente esigibile, alla formazione permanente. Così come saranno indispensabili percorsi seri e accessibili di aggiornamento delle competenze, di upskilling e di reskilling.
Ma c’è un altro aspetto, meno discusso, che non coincide semplicemente con l’acquisizione di nuove competenze.
Riguarda il modo in cui una competenza diventa esperienza, autonomia di giudizio e capacità di assumersi una responsabilità.
Ed è qui che entra in gioco l’apprendistato.
Non l’apprendistato nel suo significato giuridico e contrattuale, ma in un senso più ampio: quel percorso attraverso il quale si impara strada facendo, misurandosi con gli errori, osservando modelli ed esempi, ricevendo correzioni e facendo progressivamente propria un’esperienza che all’inizio appartiene ad altri. Era la cosiddetta gavetta utile.
Ogni mestiere ha sempre avuto questo tipo di apprendistato, anche quando non lo chiamavamo così.
Un giovane avvocato imparava preparando bozze, leggendo fascicoli, correggendo errori. Ne ho un ricordo molto nitido in casa, attraverso il percorso di mia sorella. In realtà sul praticantato andrebbe aperto un ragionamento a se stante, perché così è sfruttamento da lavoro de facto non retribuito, ma questa è un’altra storia.
Un medico cresceva interpretando referti, osservando casi, confrontandosi con colleghi più esperti. Nella mia memoria è ancora tangibile il percorso di mio zio.
Un ingegnere imparava rifacendo calcoli, verificando progetti, cercando di capire dove e perché qualcosa non avesse funzionato.
Erano attività spesso ripetitive. A volte perfino noiose.
Ma era proprio lì che si costruiva qualcosa che nessun manuale può trasferire da solo:
il giudizio.
Ed è proprio su queste attività che oggi l’intelligenza artificiale interviene con maggiore efficacia.
Per questa ragione, il tema non è soltanto l’automazione di alcune mansioni.
Il tema è il rischio di automatizzare anche il percorso attraverso cui si diventa competenti.
Non è una preoccupazione astratta.
Il Financial Times ha raccontato in questi giorni come diversi grandi studi legali stiano ripensando la formazione dei giovani professionisti. Se l’IA svolge la revisione dei documenti, prepara bozze contrattuali e assorbe buona parte del lavoro iniziale, non basta più affidarsi spontaneamente al tradizionale “imparare facendo”. Servono simulazioni, affiancamento e percorsi formativi costruiti intenzionalmente.
Anche la ricerca comincia a offrire indicazioni concrete.
In un esperimento controllato condotto su 52 sviluppatori, in gran parte junior, chi aveva utilizzato un assistente di IA ha ottenuto in una successiva prova di comprensione un risultato medio inferiore del 17% rispetto a chi aveva lavorato senza assistenza: il 50% contro il 67%.
Il divario maggiore riguardava proprio la capacità di individuare gli errori e comprenderne le cause.
Lo studio, però, evidenzia anche un punto incoraggiante: i risultati erano migliori quando l’IA veniva utilizzata per chiedere spiegazioni, approfondire i concetti e ragionare, non semplicemente per ottenere una soluzione pronta.
È questa la distinzione decisiva.
L’intelligenza artificiale può essere una scorciatoia che evita l’apprendimento.
Oppure può diventare uno strumento straordinario per accelerarlo e renderlo accessibile a più persone.
Dipende da come la inseriamo nei luoghi di lavoro, nelle professioni e nei percorsi formativi.
Anche sul mercato del lavoro arrivano segnali da osservare con prudenza. Una recente analisi sulle occupazioni maggiormente esposte all’IA non rileva, per ora, un aumento sistematico della disoccupazione. Registra però, tra i lavoratori statunitensi di età compresa fra 22 e 25 anni, una possibile riduzione degli ingressi nelle professioni più esposte: circa il 14% rispetto al livello del 2022.
È un’evidenza ancora preliminare, non una sentenza, ma indica con chiarezza dove guardare.
Nessuna società può pensare di avere ottimi professionisti senior senza preoccuparsi di come formerà coloro che dovranno sostituirli tra dieci o quindici anni.
L’esperienza non si scarica.
Non si installa.
E non coincide con la semplice capacità di ottenere rapidamente una risposta corretta.
Si costruisce affrontando problemi, commettendo errori, verificando, assumendosi responsabilità e imparando da chi ne sa più di noi.
La questione, allora, non è scegliere tra esperienza umana e intelligenza artificiale.
È progettare un nuovo apprendistato nel quale possano rafforzarsi a vicenda.
Il futuro migliore non sarà quello in cui una macchina ci eviterà ogni passaggio difficile.
Sarà quello in cui sapremo usarla per imparare meglio, diventare più capaci e arrivare più preparati alle decisioni che nessun algoritmo potrà assumersi al posto nostro.