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Soltanto un lavoratore dipendente su due ha un contratto a tempo indeterminato full time.

Dipendenti del settore privato (escludendo agricoli) godono di un contratto a tempo indeterminato
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Soltanto un lavoratore dipendente su due ha un contratto a tempo indeterminato full time. 37% tra le donne e 41,6% tra gli under35

Il tema dell’impoverimento dei lavoratori dipendenti In Italia, i cui salari registrano nel 2025 una perdita del potere d’acquisto dell’8,6% rispetto ai valori del 2019 (Istat), si poggia su diversi fattori distorsivi, quali il proliferare dei cosiddetti «contratti pirata», che riducono le tutele e le condizioni materiali del lavoro, dinamiche della contrattazione che non sempre riescono a determinare il pieno recupero dei livelli retributivi rispetto alla dinamica inflazionistica, ma anche e soprattutto su un ricorso strutturalmente eccessivo dei rapporti di lavoro precari e part time, la cui incidenza raggiunge la più alta concentrazione in alcuni comparti del terziario, nel Mezzogiorno, tra le lavoratrici e tra gli under35.

Tale situazione, oltra a ledere la dignità del lavoro e a sconfessare di fatto il dettato dell’Articolo 36 della Costituzione («Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa»), ha forti ricadute anche su problematiche e sfide centrali per il Paese, ed in primo luogo sulla crisi demografica e sulla competitività, sempre più interconnesse alla capacità di innovazione ed alle nuove competenze. La denatalità è infatti in larga misura determinata dalla povertà lavorativa delle nuove generazioni, dalla condizione diffusa e perdurante di «lavoratori fantasma» e dalle mancate risposte strutturali a bisogni fondamentali cui molti giovani italiani trovano soddisfazione soltanto migrando all’estero (lavoro stabile e adeguatamente retribuito, accesso alla casa, servizi alle famiglie con figli, ecc.).

Tra i 17,7 milioni di lavoratori dipendenti del settore privato non agricolo censiti in Italia nel 2024 dall’INPS (ovvero i lavoratori dipendenti per i quali risulti almeno un versamento previdenziale nel corso dell’anno), quelli con contratti «stabili» (a tempo indeterminato o di apprendistato) rappresentano il 73,3% del totale (13 milioni in valori assoluti), mentre i contratti a termine incidono per il 22,8% (4 milioni) e quelli stagionali per il 3,9% (poco meno di 700 mila unità).

Considerando inoltre che un terzo dei lavoratori dipendenti (33,1%, pari a 5,86 milioni di unità) è occupato a tempo parziale, e «combinando» tale condizione con quella della stabilità contrattuale, emerge come in Italia soltanto il 52,5% dei dipendenti del settore privato non agricolo è occupato con un contratto a tempo indeterminato e a tempo pieno, laddove i lavoratori stabili ma a tempo parziale rappresentano poco più di un quinto del totale (20,8%). I lavoratori a tempo pieno ma con contratti precari (2,56 milioni di unità) sono invece il 14,4% dei dipendenti totali, mentre gli «ultimi degli ultimi», ovvero i lavoratori precari con contratti part time, tra i quali si annida certamente una quota non marginale di lavoro irregolare, sono ben 2,17 milioni, pari al 12,3% dei dipendenti totali.

L’inquadramento contrattuale incide in modo determinante sui livelli retributivi: la retribuzione media annua di un lavoratore a tempo indeterminato e full time supera infatti i 35.000 euro, scendendo a circa 15.000 euro per gli occupati «stabili» part-time. Inoltre, tra i lavoratori «a termine», la retribuzione media annua risulta pari ad appena 13.500 euro se full time e a poco più di 7.500 euro se part-time, con valori che scendono ulteriormente tra gli stagionali (rispettivamente, 10.766 e 6.347 euro). In una diversa prospettiva, tale correlazione è confermata anche dall’analisi delle fasce retributive: un’ampia maggioranza (57,7%) di lavoratori «atipici», infatti percepisce un retribuzione annua inferiore a 10.000 euro annui, mentre soltanto il 15% supera i 20.000 euro annui; diversamente, tra i lavoratori stabili, le rispettive percentuali si attestano al 10,9% ed al 68,1%.

La fragilità lavorativa, ovvero l’esposizione al lavoro precario e al part time «imposto» dall’impresa, coinvolge soprattutto donne e giovani: tra le lavoratrici, soltanto il 37% è infatti occupato con un contratto stabile full time, a fronte del 64,1% dei maschi, mentre considerando la sola esposizione al part time, questa coinvolge ben il 49,1% della lavoratrici, ovvero un valore più che doppio di quello rilevato tra i loro colleghi maschi (21%). Analoga è la disparità che emerge osservando il dato generazionale, visto che tra i giovani lavoratori dipendenti under35 soltanto il 41,6% ha un contatto stabile a tempo pieno (2,4 milioni su 5,78 milioni totali), mentre l’incidenza dei contratti precari raggiunge il 40,2% e quella del part time si attesta sul 38% contro il 33% complessivamente censito. La maggiore esposizione delle donne alla instabilità lavorativa è una delle cause principali del gender pay gap, che nel 2024 raggiunge gli 8.134 euro. Analogamente la maggiore esposizione degli under35enni al precariato e al part time è alla base del forte scarto retributivo (pari a 11 mila euro) rispetto alla media dei lavoratori dipendenti.