Crescono gli occupati over50, in flessione i giovani. Penalizzato il Mezzogiorno
Nel 2025, secondo la rilevazione Istat, gli occupati in Italia hanno superato i 24,1 milioni, con una crescita dello 0,8% sull’anno precedente. Tuttavia, un’analisi aggregata del solo aspetto ‘quantitativo’ del bacino occupazionale – che, nella definizione adottata dall’Istat, include tutte le persone tra 15 e 89 anni che nella settimana della rilevazione abbiano svolto almeno un’ora di lavoro – porta a trascurare i diversi elementi di fragilità del mercato del lavoro italiano sia nel confronto con il contesto europeo, sia in relazione ai fattori anagrafici e territoriali alla base delle crescenti disparità nell’accesso al lavoro, nelle condizioni contrattuali e nei livelli retributivi. Fattori, questi, che rappresentano un freno oggettivo per la competitività e per la crescita complessiva del sistema-Paese.
La crescita occupazionale registrata nell’ultimo anno, che in valori assoluti si attesta a +185 mila unità, riguarda tuttavia esclusivamente i lavoratori delle fasce anagrafiche più «mature», presentando invece valori in flessione per la componente occupazionale più giovane: gli occupati con 50 o più anni di età crescono infatti nell’ultimo anno di ben 409 mila unità (da 9,7 a 10,1 milioni) mentre, contestualmente, tra gli occupati della fascia 15-34 anni si rileva una flessione di 110 mila unità (da 5,39 a 5,28 milioni di occupati), evidenziando una forte difficoltà del sistema di generare opportunità per le nuove generazioni. La crescita degli occupati di 50 o più anni a scapito della componente più giovane, trasversalmente riscontrabile, ha riguardato soprattutto la componente femminile (+215 mila unità, a fronte di una flessione di 47 mila unità per le occupate under35), anche per effetto degli interventi del Governo sull’accesso al pensionamento anticipato (in particolare la stretta su «Opzione Donna» e l’innalzato del requisito anagrafico base).
Nonostante i progressi segnalati, resta molto consistente il divario occupazionale dell’Italia rispetto alla media europea, dove il tasso di occupazione (15-64 anni) si attesta al 71% contro il 62,5% del nostro Paese. All’interno del quadro italiano, particolarmente critico si presenta inoltre il divario territoriale: nel Mezzogiorno, infatti, nel 2025 il tasso di occupazione si ferma al 50%, con uno scarto di quasi venti punti percentuali rispetto al valore delle regioni del Nord (69,8%) e, secondariamente, del Centro (66,9%). Analogamente, per quanto riguarda la disoccupazione, dove il valore italiano è più allineato a quello medio europeo (6,1% contro 6%), il tasso raggiunge nel Mezzogiorno l’11,1%, pari a circa tre volte il valore del Nord (3,8%) e più che raddoppiando quello del Centro (5%).
La questione del divario territoriale si incrocia e si acuisce se declinata in relazione alle componenti femminile e giovanile dell’offerta di lavoro: se il divario del tasso di occupazione per genere si attesta infatti a 17,4 punti a livello nazionale (71,2% tra i maschi e 53,8% tra le femmine), lo scarto arriva a superare i 24 punti percentuali nelle regioni del Sud, dove il tasso di occupazione femminile «precipita» al 37,9%, contro il già debole 62,1% degli uomini. Il divario si attesta invece intorno ai 14 punti percentuali al Nord e al Centro.
Considerando inoltre la variabile generazionale, il valore già fortemente penalizzante del tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) riscontrato a livello nazionale, pari al 43,9%, ovvero di quasi venti punti percentuali inferiore a quello complessivamente censito, presenta ancora una volta il valore minimo nel Mezzogiorno, dove scende al 32,8%, a fronte del 45,3% tra i giovani del Centro e del 51,7% tra quelli del Nord. In questo caso lo scarto rispetto al tasso di occupazione 15-64 all’interno delle singole aree assume valori sostanzialmente omogenei, in linea con quello riscontrato su scala nazionale.

